assegno di divorzio

Assegno di Divorzio: novità dalla Cassazione

Assegno di Divorzio: novità dalla Cassazione
In questi giorni impazza la notizia della virata dei giudici di Cassazione sui requisiti dell’assegno di divorzio, portando il ragionamento al concetto di “autosufficienza” dell’ex coniuge debole con l’abbandono del vecchio criterio del “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”.
Vediamo il caso nel dettaglio per cercare di capire meglio cosa dice la Legge a riguardo nei casi di assegno di divorzio.

Innanzitutto, l’assegno di mantenimento riconosciuto a seguito del divorzio alla parte più debole si differenzia nettamente dall’assegno dovuto a seguito della separazione (come si è visto in un precedente intervento di Studio).
L’assegno cd. divorzile dovrebbe essere di ordine assistenziale, ovvero dovrebbe puntare soltanto all’assistenza di una parte economicamente svantaggiata rispetto all’altra.
L’assegno riconosciuto nella separazione, invece, ha un carattere ben diverso, costruito sul vero e proprio mantenimento di un tenore di vita simile a quello goduto durante il matrimonio.
Infatti, se il divorzio chiude le porte al rapporto coniugale, la separazione è un passaggio diverso, intermedio, in cui le parti restano pur sempre unite tra loro nel vincolo del matrimonio con gli stessi diritti e doveri; cambiando di fatto soltanto la possibilità di vivere separati.
Il divorzio è altra cosa, e fino ad oggi, in tema di assegno di mantenimento, si è portato avanti un approccio applicativo praticamente identico a quella della separazione: cioè mantenere il tenore matrimoniale, ovvero gli agi e le possibilità permessi dalla vita in comune con il coniuge economicamente più forte.
La Cassazione ha sancito che questa interpretazione non è corretta e la sentenza “storica” decantata dai media si riduce in realtà a questo.
Mentre l’assegno di separazione dovrà tenere conto delle possibilità che avrebbe potuto offrire la vita con l’altro coniuge (visto che le parti hanno ancora l’obbligo di reciproca assistenza materiale), l’assegno di divorzio ha un carattere totalmente diverso essendo, appunto, dovuto non per mantenere i benefici del matrimonio, ormai definitivamente chiuso, ma per garantire solo un’assistenza alla parte che ne abbia effettivamente bisogno. Necessità assistenziale che dovrà essere provata dalla parte debole, dimostrando anche di non poter lavorare o non potersi procurare guadagni non per colpa sua.
Il matrimonio non è uno status, è una libera scelta, ci dicono i giudici di Cassazione.La lettura in questi termini del diritto a percepire l’assegno di divorzio, il cd. “an”, è del tutto condivisibile. Da questa riflessione si giunge a responsabilizzare le parti e a stimolare l’indipendenza economica di entrambi, evitando quella che è stata definita da giurisprudenza e dottrina “una condotta di vita parassitaria”.
Di seguito un estratto significativo della sentenza 11504/2017 della Cassazione.
“Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:
  • A) deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;
  • B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della solidarietà economica dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[….] condizioni dei coniugi, [….] ragioni della decisione, [….] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [….] reddito di entrambi [….]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.).”

 

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Avvocato Antonio Saracino – Divorzio e Separazione

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